Il Tiki è una divinità Polinesiana originaria delle Isole Marchesi (Polinesia Francese) che col tempo ha invaso tutto il triangolo polinesiano. La rappresentazione tipica del Tiki è sotto forma di statua rocciosa, ma esso è presente anche in diverse sculture in legno, nei gioielli, nell'artigianato tipico locale e nei tatuaggi caratteristici di tutta l'Oceania.

                   

Le tracce dei primi Tiki sono state scoperte dagli archeologi su delle antiche incisioni rupestri. Si tratta di facce con dei grandi occhi rotondi incise e dipinte su pietre, che rappresentavano gli dei Maohi. Succesivamente con l'apparizione dei primi Tiki di pietra si afferma l'arte della scultura tipica polinesiana.

                   

Nell' antica Polinesia la mitologia comprendeva molti dei, ciascuno con una precisa funzione. Essi secondo i Maohi formavano insieme agli uomini un'unica società, avevano un'apparenza umana ma erano molto più forti e possedevano dei poteri sacri: il mana e il ra'a. Ogni divinità aveva la propria rappresentazione nel regno animale, vegetale o minerale ed avevano due maniere ben distinte di manifestarsi: gli ata e i to'o

                   

L'ata (ombra o nuvola), è un oggetto di uso comune, scelto dall'uomo per simbolizzare l'incarnazione della divinità: un sasso, un albero, un pesce, un uccello. Il to'o è invece una rappresentazione fabbricata dai mortali, una pietra o un pezzo di legno scolpiti all'immagine della divinità. Solitamente questi oggetti erano ornati di piume rosse e gialle che costituivano il marchio della divinità. I Tiki sono diventati l'eredità popolare di questi to'o. Queste rappresentazioni scolpite aiutavano molto i loro possessori essendo anche dotate di poteri magici. Si utilizzavano i Tiki scolpiti per vincere un nemico oppure per proteggersi contro le maledizioni e avevano il loro posto in ogni fare per vegliare sul benessere della famiglia. Spesso erano disposti sui marae (santuario all'aria aperta) consacrati agli spiriti e quindi nel fare riservato ai preti.

 

 

                   

Il Tiki Hawaiiano si differenzia da quello della Polinesia Francese per la forma del volto e del corpo che appaiono più di carattere stilizzato. Nelle Isole Hawaii il Tiki è presente in diverse e differenti statue al Bishop Museum di Honolulu, il più grande museo delle Hawaii dove si trova la più grande collezione di artefatti culturali e scientifici polinesiani del mondo, o in altre località come il City of Refuge National Historical Park di Honaunau e il Polynesian Cultural Center di Oahu.

                   

 

Negli anni cinquanta gli Stati Uniti vennero attraversati da quello che può essere considerato uno degli ultimi esotismi del mondo moderno: la mania per tutto ciò che riguardava la Polinesia, in una sola parola il Tiki. Questa bizzarra passione, che si diffuse a tal punto da estendere la propria influenza ad abbigliamento, musica e balli, cucina e cocktail, arredamento e persino architettura, è documentata in “The book of Tiki”, libro edito dalla Taschen. Per quanto oggi del tutto dimenticata e oggetto soltanto di un revival moderato, questa esotica fascinazione colpì profondamente gli Stati Uniti che videro nella cultura polinesiana, come già a suo tempo il pittore Gauguin, un baluardo contro la civiltà moderna e il progresso forzato. Tradizioni ancestrali, mitologia primitiva, vita semplice e a contatto con la natura, questi i capisaldi che colpirono l’immaginario degli americani. Fra i simboli più rappresentativi c’era appunto il Tiki, rappresentazione stilizzata di corpo umano in forma di divinità, che trovò posto praticamente dappertutto: dalle insegne alle tazze, dalle lampade a vere e proprie sculture dall’aspetto imponente. Anche gli esercizi commerciali si adeguarono presto alla moda imperante, così se lo Sheraton costruì un hotel completamente in stile, in un batter d’occhio si “polinesizzarono” anche numerose sale da bowling e bar. Questi ultimi in particolare si dimostrarono un luogo ideale, visto che lì era possibile mettere insieme cocktail esotici, spettacoli di danze e musica suonata dal vivo. Alcune band infatti, provenienti perlopiù dalla scena surf, innestarono elementi esotici dando vita a una sorta di “polynesian pop”. A metà degli anni sessanta, imprevedibilmente come era arrivata, la moda decadde. Caratterizzato da un apparato iconografico molto ampio e ricercato, come gran parte dei volumi editi dalla casa editrice tedesca, “The book of Tiki”, si apre con una citazione di Picasso, la cui fascinazione per l’arte primitiva lo spinse a dire: “Il buon gusto? Che cosa terribile! Il buon gusto è il nemico numero uno della creatività”. Con il Tiki il rischio, da quanto si apprende scorrendo le pagine, è senz’altro scongiurato visto che tra pelli di leopardo, maschere tribali, tessuti ultrapsichedelici e oggettistica kitsch l’ultima cosa a rischio sembra proprio la creatività.

         

La cultura pop-esotica del Tiki negli Stati Uniti cominciò nel 1934 con l'apertura a Hollywood di "Don the Beachcomber", un bar-ristorante a tema Polinesiano. Il proprietario era Ernest Raimond Beaumont-Gantt, un giovane della Louisiana che aveva navigato in tutto il Sud Pacifico; più tardi lui cambiò giuridicamente il suo nome in "Donn Beach". Il suo ristorante rappresentava la cucina Cantonese e l'esotico punch rum, con una decorazione di "Tiki torches" (torce fiammeggianti), mobili in rattan, "leis " (collane) floreali e stoffe brillantemente colorate. Tre anni più tardi, Victor Bergeron, meglio noto come "Trader Vic" adottò il tema del Tiki per il suo ristorante in Oakland che successivamente cominciò a divenire una catena mondiale.

                             

Quando i soldati americani ritornarono a casa dalla II Guerra Mondiale, portarono con loro storie e souvenir dal Sud Pacifico. James Michener vinse il Premio Pulitzer nel 1948  per la sua raccolta di novelle, "Tales of the South Pacific", che divenne la base per "South Pacific", il musical del 1949 di Rodgers e Hammerstein, anch'esso un vincitore del Premio Pulitzer. L'indipendenza hawaiana creò l'ulteriore interesse di massa nell'area e gli americani si innamorarono della loro versione romantica di una cultura esotica. Un ulteriore fattore era l'eccitamento che circondava la spedizione del Kon-Tiki. Il design polinesiano cominciò ad infondere ogni aspetto visuale estetico del paese, dagli accessori di casa all'architettura.

                             

Presto arrivò l'integrazione dell'idea in musica, da artisti come Martin Denny che mescolò l'idea del Tiki attraverso il jazz mixato con il polinesiano, l'asiatico, gli strumenti Latini e i temi "tropicali", insieme ad altri artisti che crearono il genere di Exotica come Les Baxter e Artur Lyman. Questa musica mescolò gli elementi di ritmi afrocubani, strumentazioni insolite, suoni ambientali e temi romantici dai film di Hollywood, chiamati con titoli evocativi come"Jaguar God"  in un ibrido culturale che non era natio di nessun luogo.

C'erano due ceppi primari di questo genere di exotica: Jungle e Tiki. La "Jungle Exotica" fu una creazione di Hollywood, con le sue radici nei film di Tarzan e di film ulteriormente indietro nel tempo, fino al romanzo di William Enrico Hudson "Green Mansions". Les Baxter era il re della "Jungle Exotica", e proliferarono un orda di imitatori mentre si aprivano le porte per alcuni generi più genuini come quelli di Chaino, Thurston Knudson, e Guy Warren. La"Tiki Exotica"  fu introdotta con il"Martin Denny's Waikiki Nightclub"  in combinazione con la cover di Les Baxter "Quiet Village". La cultura Tiki ebbe un'onda di popolarità nei tardi anni 1950 e i primi anni sessanta marcati dall'ingresso delle Isole Hawaii come 50° stato degli USA nel 1959 e con l'introduzione dei "Tiki Bars" e dei "Tiki Restaurants" attorno a tutti gli Stati Uniti continentali.

La cultura pop-exotica del Tiki negli USA ha goduto di recente di una rinascita di popolarità, e le Tiki "mugs" (tazze), le Tiki torches e tutti gli oggetti che riguardano la cultura Tiki in generale che avevano ormai raccolto la polvere nei negozi, sono ora largamente divenuti dei ricercatissimi articoli di grande valore.

                             

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